“Il primo sinodo, traumatizzato dal conflitto rwandese, aveva fortemente sottolineato l’impegno di tutti per la pace. Il secondo sinodo, di fronte alla violenza endemica che colpisce ancora tanti paesi africani, dovrebbe fare della pace in Africa una delle sfide essenziali per i cristiani e tutte le persone di buona volontà. Vi devono contribuire una catechesi e una pastorale della pace. Vanno suscitate iniziative, incoraggiata la formazione ai meccanismi dei conflitti e della pace, per evitare discorsi semplicistici che ignorano la complessità dei fatti. Bisognerà inoltre occuparsi di guarire le conseguenze della violenza e per le vittime e per gli aggressori. La Chiesa da sola non può farcela, quindi diventa importante collaborare con le istanze locali, nazionali e internazionali che possono contribuire alla pace. Le Chiese sorelle d’Occidente possono contribuire a elaborare strategie di pace. La famosa frase di Paolo VI: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, rimane di attualità. Bisogna quindi meglio cogliere i legami tra pace e problemi concreti di divisione delle risorse, delle terre, della giustizia, del rispetto delle minoranze[...] Questo sinodo bis, come l’etimologia suggerisce, deve essere un camminare insieme, una comune marcia dei cristiani, non soli però, ma con tutti i figli del continente. Perché di una rinascita si tratta. Comboni parlerebbe di rigenerazione - in cui sono coinvolte tutte le confessioni cristiane, l’islam e le religioni tradizionali. In un’Africa che appare più che mai fratturata, il dialogo è importante. Dialogo all’interno della comunità cristiana, dialogo con le altre Chiese, con gli altri movimenti religiosi, con le religioni tradizionali, con l’islam”.
[Da un articolo del missionario comboniano Aurelio Boscaini sul secondo "Sinodo africano" in programma a Roma dal 5 al 25 Ottobre]
[CO]/Misna
