Vogliono essere italiani, ma si sentono stranieri nella terra dove sono cresciuti.

Redz.Ecumene24 on set 20th, 2009 Pubblicato nella Categoria Rassegna Stampa. Puoi seguire gli altri commenti tramite RSS 2.0. Lascia il tuo punto di vista!

È il dramma di tanti giovani immigrati rifiutati dalla società e dalla cultura in cui sono cresciuti.

È il dramma di tanti giovani immigrati rifiutati dalla società e dalla cultura in cui sono cresciuti.

Ana si vergogna a parlare rumeno quando è in giro. David, anche lui rumeno, per far comprendere di essere una brava persona continua a ripetere ad amici, conoscenti e sconosciuti italiani che lui va in chiesa tutte le domeniche. Nora è nata in Italia da genitori marocchini e fa di tutto per rimuovere le sue origini: non ne vuole sentir parlare, tutta la sua persona trasuda volutamente occidente. Reazioni diverse di fronte alla medesima paura: quella di essere rifiutati in terra straniera, di essere colpevolizzati, umiliati, emarginati.

Il loro bisogno di integrarsi è forte, sempre più forte. Non dimentichiamo che l’immigrazione è ormai un fenomeno strutturale che vede intere famiglie mettere radici, desiderose di realizzare un progetto di vita qui da noi, con noi, insieme a noi. Affidiamo loro i nostri bambini e i nostri anziani, quindi sono per noi indispensabili, eppure sondaggi e statistiche dicono che non li vogliamo come amici e siamo diffidenti. Diffidenza che si trasforma in paura e paura che si trasforma in aggressività – se non in vera e propria violenza – quando l’Immigrazione con la i maiuscola diventa quella brutta bestia disegnata dai media e dall’emergenza sociale.

I nodi che vengono al pettine

Se osserviamo i migranti alla luce non dei riflettori di tv e giornali ma della conoscenza reale che abbiamo di loro come vicini di casa, compagni di banco, colf, badanti, colleghi di lavoro, membri della stessa comunità parrocchiale, ecc, ecc, ci accorgiamo della fatica che fanno per essere accettati e delle strategie che adottano per sentirsi e “farsi sentire” italiani. Soprattutto i ragazzi, che più che mai hanno bisogno di sentirsi parte di un gruppo in cui riconoscersi.
Mariana è rumena, ha 16 anni, due anni fa ha raggiunto sua madre a Torino; prima, in Romania, viveva come una ragazza abbiente grazie alle rimesse, cioè ai soldi che sua mamma, in Italia, guadagnava come collaboratrice familiare. “È stato terribile per me – racconta – venire qui e scoprire che avrei dovuto vivere in una casa piccola e brutta, con pochi soldi. Mi sono sentita povera e infelice, mi vergognavo, avevo difficoltà a farmi capire, a scuola era un inferno. Cercavo di aggrapparmi alla mia cultura d’origine per sentirmi meno sola, ma col tempo sentivo crescere il desiderio di inserirmi in questa società”.

Nel nostro Paese, come altrove in Occidente, cresce la popolazione minorile straniera ed emerge la seconda generazione, ossia i figli nati nel Paese di immigrazione dei genitori o arrivati prima dell’inizio del ciclo scolastico. Con i ricongiungimenti familiari, così come con la nascita e la socializzazione di figli nei Paesi d’insediamento, stanno venendo fuori nodi cruciali legati all’integrazione che prima – con gli immigrati di prima generazione che immaginavano un rientro in patria in tempi relativamente brevi – erano nascosti.

Cresce il numero dei ragazzi che sentono di appartenere al territorio in cui vivono, perché qui sono nati e cresciuti. Si sentono italiani ma sono stranieri perché la legge italiana offre la possibilità di divenire cittadino italiano non prima del compimento del diciottesimo anno di età e a patto che si dimostri di aver risieduto in Italia legalmente e senza interruzioni e si dichiari la volontà di acquisire la cittadinanza italiana.

3M o 5 P?

Una ricerca condotta recentemente dall’Università di Torino tra i figli dell’immigrazione nel capoluogo piemontese parla di minori stranieri in ‘stand by’. “Una logica esplosiva – sottolinea lo studio –, soprattutto quando si istituzionalizzano percorsi di differenziazione che conducono a modelli di cittadinanza di serie A e di serie B. Il loro essere italiani per socializzazione, stranieri per passaporto, subalterni per trattamento, rischia di determinare delle situazioni di tensioni all’interno delle città, dove loro aspirano ai lavori delle ‘3M’ - medico, magistrato e matematico – e si vedono offrire solo lavori cosiddetti delle ‘5P’: poco pagati, precari, pericolosi, penalizzati socialmente, poco professionalizzanti”.

Sono le seconde generazioni a portare il carico più pesante dei processi di ridefinizione dell’identità. Sono in bilico tra due culture: quella dei loro genitori e quella ospitante. Da un lato hanno bisogno del sostegno della loro famiglia, dall’altro desiderano essere accettati dai loro amici conosciuti nel nuovo Paese. I valori e le norme che i genitori insegnano loro sono spesso diverse da quelle degli amici. Non vogliono compromettere l’amore dei loro genitori sfidando i loro insegnamenti e al tempo stesso vogliono associarsi ai coetanei per non essere percepiti come diversi.
Clarisse, di color cioccolato, è nata in Italia 15 anni fa ma i suoi genitori sono molto ligi a costumi e credo religioso del loro Paese. “Io voglio essere italiana – urla – Non voglio mettere il velo, non voglio seguire il ramadan; ogni estate sono costretta ad andare in vacanza in Africa perché lì ci sono tutti i parenti dei miei: per me è un dramma, quando ero più piccola piangevo disperatamente tutti i giorni che eravamo lì perché avevo paura di non ritornare più in Italia”.

Così Clarisse deve infrangere barriere e sfidare entrambe le culture per trovare un equilibrio. Deve vivere una doppia vita: da un lato cerca di non scontentare la famiglia, dall’altro fa tutto il possibile per essere come gli altri. In famiglia, cioè, agisce in un modo e con gli amici italiani in un altro. E’ l’unico modo, altrimenti si rischia di rimanere “bloccati” in mezzo o di arroccarsi su una posizione di difesa, diventare rigidi ed estremizzare la propria posizione sconfinando nell’intransigenza. Pensateci, se vi capita uno straniero come vicino di banco.

Patrizia Spagnolo

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