“Sono assolutamente favorevole - ha spiegato il ministro Mara Carfagna a margine di un convegno - a una legge che vieti in Italia il burqa e il niqab, simboli di sottomissione della donna e ostacolo a una vera politica di integrazione. Non in quanto simboli religiosi, come, per esempio, il velo, bensì per le storie che nascondono, storie di donne cui vengono negati diritti fondamentali come l’istruzione o la possibilità di lavorare, storie di violenza e di sopraffazione”.
E, come se non bastasse, ha rincarato la dose affermando che la condizione delle donne immigrate in Italia “ci preoccupa e ci allarma” a causa di “tradizioni, culture e modi di trattare le donne che spesso sono incompatibili” con quelli nostrani.
Tutto questo discorso potrebbe anche apparire ragionevole, se non venisse spontaneo chiedersi: perché un cattolico dovrebbe avere il diritto di considerare offensivo il simbolo di una diversa cultura - dove diversa non signfica “peggiore” -, mentre un musulmano non dovrebbe fare altrettando vedendo al collo di un compagno di classe la tipica catenina con la croce latina?
Sarebbe forse più ragionevole non continuare a proibire usi e costumi che rappresentano, si, una diversità, ma non certo una colpa.
Permettersi di giudicare altre culture con l’arroganza di chi pensa di avere dalla propria parte la ragione assoluta, è un errore tipico delle religioni monoteiste e di qualunque saccente che non mette in discussione il proprio punto di vista.
Invece di alimentare l’astio per le differenze, sarebbe più opportuno abituare le nuove generazioni ad apprezzarle ed arricchirsi da esse.
È inoltre evidente che imporre cambiamenti radicali ad una società non ha che risvolti negativi, mentre un più lungimirante programma educativo, mirato all’integrazione reciproca di entrambe le parti, sarebbe più fruttuosa.
Ma, forse, non è la convivenza pacifica a stare a cuore a questo governo e, a chi per lui, fa proposte simili a quelle della Carfagna.
D’altronde, si sa, uno stato fatto da cittadini spaventati si controlla meglio.
È certo auspicabile che questo dettaglio sia sfuggito alla ministra che, nonostante non abbia mai indossato né Burqa né Niqad, sembra mancare dello spessore culturale necessario alla sua mansione ufficiale, rivestendo un ruolo di esempio femminile quanto meno discutibile.
Eppure, le sue parole conclusive sono state alquanto esplicative: “Il tempo sta per scadere, è in atto un tentativo di sopraffare secoli di civiltà, di instaurare un ‘regime’ che nega i diritti. Non bisogna permettere che ciò accada”. Affermazione tutt’altro che rassicurante, anche se non è ben chiaro chi voglia sopraffare chi, dato che di civiltà su questo pianeta non ce n’è una sola, ed a che periodo storico si riferisca: magari si tratta delle Crociate…
Annabella Coluzza
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