Probabilmente l’euro è ancora sopravvalutato rispetto al dollaro Usa. Per la maggior parte degli esportatori dell’eurozona il problema non è quanto scenderà l’euro, ma il rischio che risalga. Lo sostiene Paul Betts nella sua rubrica “European View” sul Financial Times, intitolata “La caduta dell’euro è un lusso che l’Europa si può permettere”.
Nella discesa della valuta europea, a suo parere, ci sono più lati positivi che negativi per l’Europa delle aziende e per i governi europei oberati dal debito. Ci sono invece più aspetti negativi per dollaro e yen. Betts cita l’Ocse, secondo cui il 10% di calo dell’euro si traduce in un punto in più di crescita per l’Europa su un periodo di 12 mesi, con poca inflazione in più, tra lo 0,5 e l’1%. Per raggiungere la parità nel potere d’acquisto, l’euro deve stare a circa 1,10 rispetto al dollaro.
I benefici immediati del calo dell’euro – si legge sul Ft - si faranno sentire nei settori del business europeo che producono beni nel Vecchio Continente, ma realizzano la maggior parte delle vendite nelle economie emergenti basate sul dollaro e negli stessi Stati Uniti. Tra i potenziali beneficiari Betts cita l’industria aerospaziale Eads con l’Airbus, i produttori di beni di lusso come Lvmh e Remy Cointreau, Luxottica ed Essilor. Invece l’azienda di articoli sportivi Adidas potrebbe essere danneggiata, poiché anche i costi di produzione sono in dollari.
Mentre sulla stampa internazionale si continua a dissertare sulle sorti dell’Europa – “Fine del sogno europeo” è il titolo di un commento di Gideon Rachman sul Financial Times – e la Bce fa colpo rivelando di avere acquistato titoli di stato per 16,5 miliardi, si diffonde il pensiero consolatorio sui vantaggi competitivi di un euro debole.
“Il calo dell’euro, un segno di debolezza ma una chance per l’economia europea”, titola il quotidiano francese Les Echos. La debolezza della moneta europea “traduce l’attuale clima di sfiducia degli investitori nei confronti del Vecchio Continente. Ma la maggior parte degli economisti la considerano una chance, poiché la competitività dell’Europa migliora”. Certo, la discesa dell’euro è “un duro colpo per l’amor proprio degli europei”, osserva Gabriel Grésillon. Ma – afferma Jean-Michel Six, economista per l’Europa di Standard & Poor’s - “è una delle poche buone notizie di questi ultimi tempi”.
Anche Le Figaro mette in evidenza i possibili vantaggi della situazione: “Il calo dell’euro potrebbe aiutare la crescita”, sottolinea un richiamo sulla homepage del suo sito web. Il deprezzamento della moneta europea ridà “meccanicamente” competitività ai prodotti europei. Un effetto “più marcato per Germania e Italia”, il cui volume di scambio al d fuori dell’eurozona è maggiore, rispetto a Spagna e Portogallo.
Ci sono anche i rischi di un rialzo dei prezzi del petrolio e di una ripresa dell’inflazione, ma per il momento sono rischi contenuti.
Un lancio Afp ripreso sul sito di Libération sonda gli economisti: per Howard Archer, di Ihs Global Insight, nelle prossime settimane l’euro si stabilizzerà a 1,15; per Jennifer McKeown, di Capital Economics, l’euro potrebbe ritrovare la parità con il dollaro. Sarebbe comunque al di sopra del minimo storico di 0,8230 toccato il 26 ottobre del 2000. E il deprezzamento rilancerebbe le esportazioni europee.
C’è invece poco da consolarsi secondo John Cochrane, che sul Wall Street Journal vede l’Europa viaggiare verso l’inflazione. Nel commento, intitolato “Miti greci e tragedia dell’euro”, il professore di finanza boccia il salvataggio della Grecia e la svolta della Bce. Contrariamente a quanto si pensa, secondo Cochrane il modo migliore per salvare l’euro, è lasciare che la Grecia faccia default o rinegozi con i detentori di titoli di stato. E “il solo modo per risolvere il pasticcio fiscale dell’eurozona (e il nostro) è di abbattere la spesa governativa e focalizzarsi sulla crescita”. La crescita – spiega - non viene dalla spesa, soprattutto non dalla spesa che va ad alimentare generose pensioni e pingue buste paga statali. La spesa della Grecia di oltre il 50% del Pil, infatti, non si è tradotta in robusta crescita. “Se non altro, la crisi mondiale del debito sovrano sta mandando lo stimolo fiscale nel mucchio di cenere delle cattive idee”.
Analizzando la decisione della Banca centrale europea di acquistare titoli di stato per 16,5 miliardi di euro, il Wsj fa notare che secondo alcuni economisti la mossa della Bce non è il passo “aggressivo” necessario per riportare la fiducia. “Dubbi sulla credibilità continuano a incombere sulla Bce e sui governi europei, pesando sull’euro”, scrive Brian Blackstone. In compenso, un euro debole può essere un bene per l’economia europea, perché rende i paesi dell’eurozona più competitivi sul mercato globale.
Il deprezzamento del 15% circa da dicembre a oggi registrato dall’euro nei confronti del dollaro “aiuta soprattutto sui mercati dove le imprese europee competono con quelle Usa e cinesi”, osserva il Wsj. Tuttavia, “non rende la Grecia più competitiva nei confronti di altri paesi dell’eurozona come la Germania, limitando i benefici”.
Il Washington Post in un commento intitolato “Svegliati, America” invita a riflettere sull’esperienza europea per affrontare il problema di deficit e debito americano.
L’austerità è di rigore sui siti spagnoli, concentrati sulle iniziative del governo di Madrid sul fronte interno ed europeo. El Pais titola: “La Spagna promette davanti all’Eurogruppo di fare riforme strutturali”, “Bruxelles accelera il piano per un maggior controllo del settore finanziario”. Si tratta della proposta avanzata all’Ecofin dalla presidenza spagnola per regolamentare i fondi speculativi.
18 maggio 2010