
Ormai pochi i viaggi della speranza, ma non poche le difficoltà
Sono stati soltanto 500 gli italiani che si sono recati all’estero per farsi curare nel 2008, ma hanno dovuto affrontare problemi burocratici ed economici
MILANO – Nel 2008 sono stati lo 0,7 per cento in più rispetto al 2007 gli italiani che si sono rivolti all’estero per delle cure sanitarie. In tutto, circa 500. Non molti, dunque, anche per quanto riguarda le terapie anticancro. Secondo il Ministero della Salute, infatti, l’assistenza sanitaria all’estero, preventivamente autorizzata, è consentita, in via di eccezione, solo per le prestazioni di altissima specializzazione che non siano ottenibili nel nostro Paese tempestivamente o in forma adeguata alla particolarità del caso clinico. Intanto il Parlamento europeo ha approvato la proposta di Direttiva che rende più facile per i pazienti europei farsi curare in un altro Paese dei Ventisette, garantendo che vengano adeguatamente rimborsati. La proposta, inoltre, punta a stabilire una meccanismo di cooperazione per l’assistenza sanitaria per i Paesi Ue, fissa principi comuni a tutti i sistemi sanitari europei e prevede la possibilità di un’autorizzazione preliminare per il rimborso dei costi del ricovero all’estero, senza che questo, però, rappresenti un impedimento alla libertà dei pazienti di spostarsi.
IN CERCA DI SUPER-SPECIALISTI – Quali sono i motivi che hanno spinto gli italiani a varcare i confini e che problemi hanno riscontrato? Dalle segnalazioni giunte nel corso del 2008 a Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (i dati sono un’anticipazione di un rapporto annuale che verrà presentato prossimamente a Roma), sono due le motivazioni principali: la necessità di un intervento chirurgico di alta specializzazione o meno invasivo di quello che si dovrebbe affrontare in Italia (41 per cento dei casi), oppure la ricerca di cure utili a contrastare malattie rare (19 per cento). Un 13 per cento, poi, si sposta verso centri specializzati. Altrettanti sono quelli che si spostano per sottoporsi a terapie innovative, il 6 per cento per un trapianto, il 2 per cento per visite specialistiche o particolari esami diagnostici. Solo uno su cinque, infine, va fuori dall’Unione europea.
SOS BUROCRAZIA – Gli ostacoli incontrati riguardano, nel 24 per cento dei casi, tutto ciò che precede il viaggio: difficoltà burocratiche a relazionarsi con Asl e centri di riferimento regionali, rifiuto dei medici ad autorizzare le cure, mancato rilascio del modello E112 (il modulo-autorizzazione necessario per usufruire dell’assistenza all’estero in forma diretta) e assenza di motivazioni nei casi di diniego. Un altro il 18 per cento dei problemi, però, è sorto dopo le cure al rientro in Italia: confusione delle Asl sulle prestazioni da rimborsare, legittimità dei pagamenti richiesti, mancata conoscenza dei diritti garantiti dalla Team (la Tessera sanitaria europea di assicurazione malattia, che permette a ogni cittadino europeo di usufruire delle cure medicalmente necessarie negli stati dell’Ue), dubbi su cosa si intenda per cure necessarie e urgenti.
DIFFICOLTA’ ECONOMICHE - In assoluto, comunque, il maggiore impedimento segnalato (dal 32 per cento dei pazienti, quasi uno su tre) è di natura economica. Il 14 per cento dei cittadini lamenta difficoltà per avere rimborsi di prestazioni già pagate e il 10 per cento segnala costi insostenibili: 22mila euro per un intervento oncologico in Francia dopo che il Centro di riferimento regionale non aveva autorizzato l’operazione all’estero, 6mila euro per un trattamento di fecondazione assistita, oltre 13mila per la prima diagnosi e il progetto terapeutico legato ai problemi cognitivi e motori di un minorenne. E poi ci sono i costi per viaggi e soggiorni che, seppur rimborsati per l’80 per cento, risultano ingenti per chi è costretto a frequenti spostamenti. Infine, l’8% dei cittadini chiede aiuto allo Stato per la copertura di spese mediche sostenute in un Paese extra-Ue: 367mila dollari per un intervento di angioplastica, 100mila dollari per un’operazione al cuore, 2.700 per esami del sangue e semplici controlli diagnostici effettuati negli Usa.
UNIONE EUROPEA AL LAVORO - Proprio in merito all’assistenza sanitaria all’estero si è espresso, nella seduta dello scorso 23 aprile 2009, il Parlamento europeo, con l’intento di fare chiarezza sul diritto dei pazienti al rimborso e sui requisiti di qualità, efficienza e sicurezza, per evitare inutili sprechi e viaggi della speranza, promuovendo piuttosto la cooperazione fra i vari Paesi. Secondo la proposta di Direttiva votata dal Parlamento europeo, chi vorrà ricorrere a cure all’estero dovrà comunque anticipare di tasca propria le spese e sarà rimborsato dal proprio Paese in base al tariffario previsto dal proprio Ssn. In pratica, se ci si reca oltre frontiera per un’operazione che in Italia costa 10 ma all’estero 15, il risarcimento sarà soltanto pari a 10. Il provvedimento, però, agevola i portatori di malattie rare, che non dovranno pagare in anticipo e potranno spostarsi verso i centri altamente qualificati, senza attendere l’autorizzazione (e i tempi burocratici) del proprio Ssn di riferimento.
Vera Martinella
Fonte: Corriere.it


